pubblicato il 14/11/11

Prospettive della pesca sportiva nazionale

 

di Roberto Ripamonti

 

La pesca sportiva italiana da qualche anno sta subendo una serie di attacchi che ne limitano la diffusione e la pratica libera. E’ inutile negare che questa situazione ha radici culturali profonde e che hanno posto la pesca in genere, come una attività del tempo libero di scarsa rilevanza sociale ed incapace di creare un vero interesse economico. Per questo, le amministrazioni pubbliche hanno  sempre considerato le acque, non come un patrimonio da difendere ma, una fastidiosa appendice poco sfruttabile. La grave ignoranza della pubblica amministrazione si è ripercossa sul sistema idrico nazionale rendendolo vittima di qualsiasi tipo di attacco fino a giungere al completo depauperamento di gran parte di esso ed alla radicale modifica degli habitat. In estrema sintesi, questa situazione ha impattato sugli stock ittici autoctoni incapaci, spesso, di sopravvivere in ambienti biologicamente modificati ed in cui, sempre per mani poco avvedute, sono stati introdotte specie che con una brutta parola, vengono definite “alloctone”. Se la situazione tra autoctoni ed alloctoni poteva essere paritetica verso la fine degli anni ‘80 e ’90, il continuo aggravamento dei nostri cosi d’acqua ha accelerato il processo portando al sopravvento, in alcune zone del Paese, delle specie introdotte su quelli originali e residenti.

Potremmo idealmente individuare un momento preciso in cui, una situazione di sostanziale equilibrio naturale (con prevalenza crescente del alloctonia) è stato rotto per opera delle pubbliche amministrazioni, allorquando mediante gruppi di sub armati di fucile, ebbero via libera per liberare alcuni tratti di Mincio. La cosa ebbe risonanza assai limitata a livello nazionale e fatta qualche foto e qualche intervento marginale, non produsse altro che indignazione ma, sulla stampa specialistica straniera, scatenò una serie di domande e forti critiche sugli italiani che distruggevano autentici paradisi della pesca. Fu il primo vero punto di contatto tra la realtà della pesca sportiva europea e quella feudale e frammentata della nostra martoriata italietta. Agli occhi della stampa specialistica, l’Italia era il paradiso della pesca sportiva poiché le sue acque contenevano in quantità assolutamente incomparabile il silurus glanis che attirava frotte di stranieri pronti a pagare “cash” per poter trascorrere una settimana di pesca lungo le nostre rive dei fiumi. Personalmente scrivevo questa realtà senza essere preso minimamente in considerazione ed anzi, venendo sbeffeggiato da chi non era in grado di capire che il concetto di “pesca=risorsa” non era una invenzione ma, una grande possibilità. Lungo il PO, nel completo disinteresse della politica ma anche della pesca sportiva nazionale, crebbero e si svilupparono una decina di “Waller Camp” generalmente austriaci o tedeschi che crearono strutture generalmente illegali sotto il profilo fiscale (non venivano pagate tasse per questa attività) che, producevano indotto e quindi, reddito di cui, sebbene in minima parte, beneficiavano anche le piccole strutture turistiche locali a cui i Waller camp si appoggiavano. Tutto questo avveniva alla luce del sole al punto che intere pagine pubblicitarie di Blinker )la maggiore rivista di pesca europea) erano dedicate all’Italia ed ai suoi centri di pesca al siluro. Oggi, si contano circa 12 strutture assolutamente illegali che operano lungo le sponde del Grande Fiume e l’attività si è estesa anche al carpfishing con grande visibilità mediatica proprio nelle riviste tedesche e su internet. Esiste addirittura un sito in cui è possibile sapere tutto delle nostre acque, di come aggirare i controlli e di tutte le facilities per alloggi e barche ottenibili in loco. Ovvero, stranieri che sfruttano il territorio italiano senza averne titolo ed evadendo ogni controllo fiscale mentre, un ipotetico Fishing Center italiano sarebbe massacrato in pochi giorni a partire dalle inflessibili ASL.     Nonostante gli appelli a sfruttare economicamente la pesca sportiva fossero logica conseguenza con le migliaia di richieste degli appassionati europei, nulla fu fatto. Nel contempo, biologi e scienziati esprimevano decine di ricette per disintegrare il glanis responsabile della morte dei nostri fiumi, della sparizione di savette, lasche e cavedani da fiumi dall’acqua spesso violacea, dall’odore chimico, dalle scale di monta mai costruite, dai prelievi illegali d’acqua e dalle sponde distrutte.

Di fronte a una situazione ambientale devastata per l’assoluta ignoranza dell’amministratore della cosa pubblica, tutte le colpe ricadevano sull’animale. Raramente si ebbe modo di leggere posizioni concilianti o anche semplicemente aperte verso soluzioni che prendessero atto che i nostri corsi d’acqua avevano raggiunto il punto di non ritorno per cui sarebbe stato impossibile riportarle alle condizioni degli anni ’60 e ’70 di cui, autori di quell’epoca, cantavano le lodi e le rimembranze.

Verso gli inizi del 2000, la polemica ebbe punte fortemente polemiche proprio sulle pagine di Pescare allorquando alcune prese di posizione “pro siluro” da parte del sottoscritto, suscitarono una levata di scudi da parte della comunità scientifica che prevalentemente mi accusava di ingerenze su argomenti di cui non avevo cognizione. Anche in quell’occasione apparve chiara la assenza di qualsiasi progettualità da parte di chi si dichiarava “ambientalista” perché biologo o ricercatore ed in modo assai talebano, tutte le tesi che osservavano il fenomeno da un differente punto di vista (quello appunto del siluro come “risorsa”), andavano tacciate di blasfemia e di ignoranza. Fu una battagli assai dura in cui il Direttore “par excellence” Riccardo Galigani e molto più modestamente, chi scrive, portammo avanti dapprima cercando di spiegare il nostro punto di vista e quindi, sostenendolo con l’esperienza che veniva dall’aver visto e toccato, ciò che avveniva nel resto d’Europa. In questa fase di forte contrapposizione, la nascita del Gruppo Siluro Italia ha sparigliato le carte a chi difendeva oramai l’indifendibile poiché nella discussione sono entrate indagini, immagini, informazioni e situazioni che hanno dimostrato quanto poco chiara fosse l’accanimento ad oltranza del siluro e , consapevolmente o meno, quanti fossero gli attori di questa pantomima.

Nel frattempo, i danni del decreto sull’alloctonia strava creando un nuovo mostro incombente sul futuro dei nostri fiumi ; il bracconaggio su scala industriale.

Se la pesca di frodo stava quasi completamente sparendo dai nostri corsi d’acqua perché il pesce non aveva valore di mercato, la presenza del glanis aveva attirato bande provenienti dall’Ungheria che, proprio in virtù della delibera 1574/93 hanno iniziato ad agire indisturbati distruggendo parti intere del Po utilizzando la carne del siluro, macellato in loco ed in barba a qualsiasi obbligo sanitario, per poi rivenderla sulla carta, nei mercati dell’Ungheria ma in pratica, e questo è più di un sospetto, anche su decine di mercati e  ristoranti nazionali al punto che tracce ne sono state rilevate a Torino e Roma, nei rispettivi mercati.

Ma, se il bracconaggio industriale può essere debellato solo con un forte intervento repressivo delle Forze dell’Ordine, si sta sollevando un piccolo velo anche su tutta una serie di iniziative collaterali che hanno visto interi canali svuotati, bonificati e ripopolati senza comprenderne assolutamente le ragioni ed anzi, ottenendo risposte a volte bizzarre ed ancora una volta assolutamente contrarie al concetto accettato in tutt’Europa (tranne in Italia), che alloctonia significa risorsa e la pesca sportiva è capace di creare reddito e posti di lavoro alla stessa stregua di una grandissima azienda.,

Le immagini che sono state pubblicate più volte sulle due più importanti testate del settore , Pescare e Pesca In hanno dimostrato in modo assai chiaro come questa campagne di bonifica, messe in piedi magari sfruttando fondi pubblici o peggio comunitari, si basavano su nuove scoperte nel campo della ricerca scientifica per cui, non solo il siluro era dannoso per gli ecosistemi ma, anche l’amur era una piaga da debellare e distruggere poiché con la sua voracità, aveva disintegrato interi ecosistemi e tutta la vegetazione esistente. Poi magari nello stesso corso d’acqua venivano riversate tonnellate di pesticidi, rifiuti organici e industriali che però non avevano alcuna responsabilità nella devastazione degli habitat.

La stranezza di queste ricerche scientifiche stava nella loro collocazione temporale che incredibilmente coincideva con un innalzamento della richiesta di determinate specie di pesce, amur in primis, da parte della ristorazione. Questa, in estrema sintesi, la situazione della pesca sportiva nazionale; acque distrutte, sistema pesca sportiva in difficoltà, bracconaggio industriale, commistioni strane tra “amministrazione” e spostamenti di pesce ed assoluta incapacità di valorizzare e costruire.

 

Il concetto di risorsa.

Secondo l’International Game Fishing Association la pesca sportiva crea un mercato dal valore di 35 milliardi di dollari che al cambio attuale significano 28 miliardi di euro, nel solo modo occidentale. I pescatori nella sola Europa comunitaria, sono oltre 70 milioni di cui poco più di un milione e mezzo in Italia (circa due in estate). Questo significa che esiste un mercato di dimensioni immani spesso assai più grande e importante di tanti altri verso cui propende l’interesse costante della politica e quindi delle amministrazioni. Pensiamo alle acque sub alpine in Austria e Slovenia e vediamo che ogni singolo corso d’acqua da vita ad indotto poiché, ferme restando le sue caratteristiche ambientali è luogo di turismo di pesca sportiva da parte di appassionati di tutto il mondo. Si creano le riserve di pesca, si pubblicizzano sui media e si accolgono turisti che pagano, in strutture adeguate. Non parliamo poi della situazione scandinava nella quale è impossibile destreggiarsi tra le migliaia di location ove praticare la pesca sportiva con mille facilitazioni in termini di strutture turistiche per la famiglia in cui, chi ama la pesca torna volentieri. Torno volentieri a parlare della Spagna e di Mequinenza dove investitori tedeschi hanno creato una sorta di impero del turismo della pesca ch ha portato alla creazione di migliaia di post di lavoro risollevando l’economia di una area disastrata e sottosviluppata. Qui, lo sfruttamento del siluro come risorsa ha attirato migliaia di appassionati da tutto il mondo e a nessuno verrebbe mai in mente di autorizzare la pesca professionale nei 600 chilometri di acque che creano il mar d’Aragon formato con lo sbarramento del Segre e dell’Ebro. Ancora più interessante è scoprire che un pesce rilasciato vivo e quindi ipoteticamente ripescabile, crea un indotto pari a qualche migliaio di dollari USA mentre un pesce ucciso ha il valore del mercato su cui viene collocato e quindi, al massimo di poche unità. Non vado oltre poiché apparirei come un disfattista se elencassi le situazioni create in Marocco, prossimamente in Algeria, nei migliaia di resort di pesca in mare sparsi per il mondo, oppure nei corsi d’acqua nella Mongolia, Siberia e Russia. Ovunque; ma, non in Italia dove, parlare di “indotto” e di pesca sportiva come “industria del turismo”, fa rizzare i capelli in testa a molti gestori della cosa pubblica incapaci di vedere oltre la finestra di un ufficio. Il punto focale della vicenda sta proprio nella incredibile impossibilità della pesca sportiva (che muove milioni di persone e genera risorse economiche), di giocare un ruolo qualsiasi nella definizione delle leggi che regolano il territorio nazionale, di poter gestire in assoluta autonomia le acque e di poter partecipare come primo attore nella definizione delle leggi quadro. Proprio la commistione politica rende assolutamente inconcepibili, tante organizzazioni ed associazioni che sono rami diretti della politica e che da essa traggono risorse di provenienza pubblica per opere di cui si fatica a trovare utilità o senso.. Non potendo essere attore principale nella definizione delle leggi sulle acque (e quindi sulla pesca) il mondo sportivo nazionale appare tagliato fuori o ridotto al ruolo marginale di osservatore dei misfatti (nel 90%) della politica che da una parte dichiara l’interesse e dall’altra, vara progetti i quali la navigabilità dell’Adda oppure, glorifica la concessione di oltre 2000 permessi di pesca a stranieri con lo scopo di sradicare il siluro dalle acque del Polesine. Con il risultato di far esplodere  un mercato illegale di bracconaggio.

 

Una strada percorribile.

In questi anni la pesca sportiva italiana si è mossa ed è cresciuta a livelli tecnici ed associativi vertiginosi sebbene questo sia avvenuto con il fastidio dei burocrati e di chi cerca di difendere posizioni medioevali. Accanto all’agonismo ed alla FIPSAS sono nate  associazioni specialistiche di grande risonanza nazionale quali Carp Fishing Italia, Gruppo Siluro Italia, Ledgering Barbel Fishing, Predator Club e Spinning Club per citare quelle più significative. Prima di queste, tra cui Surf casting Italia e il Top casting Italia erano state assorbite dalla Federazione non prima di aver creato l’impulso vitale per quelle discipline. Un movimento, quello della pesca sportiva, dinamico e vitale ma totalmente negletto dall’opinione pubblica, a tratti vituperato dai media, inascoltato dalla politica e messo spesso a tacere da interessi locali di parte. Il caso lampante delle leggi sulla pesca notturna per i carpisti laddove a pochi metri bivaccano centinaia di illegali sulle sponde di nostri fiumi è esempio evidente delle distorsioni esistenti ed alle quali solo un legislatore informato può sopperire. Ognuna di questa associazioni è una risorsa straordinaria poiché al suo interno annovera tutti gli strato sociali e culturali ed è in grado di produrre intelligenze e progettualità eccezionali. L’esempio portato dal GSI in tal senso  è lampante. Ma nessuna di questa associazioni potrà mai avere la capacità di risolvere  problematiche e situazioni che vadano oltre il fatto locale poiché manca la consistenza necessaria per essere considerati referenti.

 

Il ruolo della FIPSAS.

In passato chi scrive è stato critico nei confronti della vecchia dirigenza della Federazione ma, gli ultimi anni mi hanno portato a valutare in modo estremamente positivo gli uomini e le linee politiche dettate dalla Presidenza. Mai come oggi ritengo che la nostra federazione sia l’unico centro gravitazionale attorno al quale i vari satelliti associazionistici possano orbitare per avere visibilità e credibilità.

Gran parte delle istanze portate avanti dalle associazioni hanno avuto un limitato raggio d’azione poiché sviluppate in modo spesso scoordinato e senza disporre della credibilità istituzionale necessaria. Questa presenza capillare sul territorio è invece della FIPSAS , vero e fondamentale referente dell’intero sistema della pesca sportiva nazionale. Questo NON significa alcuna perdita di identità ed autonomia da parte delle associazioni specialistiche ma, l’accettazione di un dato di fatto inequivocabile; la Federazione è referente fondamentale poiché strumento per portare a livelli nazionali, anche le istanze locali.

Nel corso del convegno sull’alloctonia del Fishing Show 2007, concludevo il mio intervento auspicando la creazione di una sorta di Direttorio nazionale in cui confluissero idee e personalità che fungessero da centro di riferimento e di pressione mediatica con lo scopo di dettare le linee guida su cui poggiare tutte le prossime leggi sulle acque e sulla pesca sportiva. Ho avuto modo di ribadire questi concetti nel Fishing Show 2008, in cui con Galigani, Milillo ed il Pres. Matteoli abbiamo chiaramente parlato della necessità di unire i percorsi tra FIPSAS e Associazioni. Il primo passo è stato compiuto proprio dalla Federazione a riprova di una rinnovata ed autentica sensibilità verso le realtà più piccole. Sono le basi per mettere in moto l’auspicato osservatorio o “direttorio” sulla pesca sportiva nazionale che dovrà diventare lo strumento con cui, guardando ad un futuro magari non troppo lontano, si potrà arrivare a scegliere, cosa fare delle nostre acque e dei nostri pesci senza che siano politici, amministratori, aziende del commercio del pesce o lobby della pesca professionale a decidere per noi. L’utopico sogno di cui abbiamo sempre parlato, comincia a prendere forma …..

 

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