FIPO- Politiche per la pesca ricreativa
Convegno “Quale futuro per le nostre imprese?”
Roma 7 giugno 2011.
La FIPO è la Federazione Italiana Produttori ed Operatori del mondo della pesca sportiva. Dalla FIPO nasce il Fishing Show che negli ultimi anni si è tenuto a Bologna. Alla base di questo interessante convegno, le considerazioni scaturite dal decreto ministeriale entrato in vigore il 1 Maggio e che obbliga i pescatori ricreativi a “censirsi” mediante un passaggio sul sito wwww.politicheagricole.it .
Sull’argomento si sono immediatamente due linee di pensiero ben distanti e che interpretano questa iniziativa dell’ex titolare del dicastero, Galan in modo diametralmente differente.
Da parte della FIPO, ed è questo il nodo focale del convegno, la convinzione che il decreto non sia altro che un passaggio obbligatorio verso una forma di licenza di pesca in mare che viene respinta con estrema chiarezza e decisione.
Con questa premessa, il Presidente di FIPO, Ciro Esposito ha aperto il dibattito davanti al Ministro, Saverio Romano, ricordando come l’indotto creato dal mercato della pesca sportiva supera i 350 milioni di euro grazie al lavoro di circa 100 piccole e medie industrie che poggiano su una rete di oltre 1500 negozi. Nonostante queste credenziali, la FIPO non è stata inclusa in alcun modo nel processo decisionale che ha portato al decreto ministeriale. Proprio in base a queste credenziali la FIPO chiede di entrare in modo permanente negli organi consultivi del Ministero Politiche Agricole e Forestali preposti a elaborare le norme che regolano la pesca sportiva.
Di analogo spessore, l’intervento del rag. Bernasconi, Consigliere FIPO che ha sottolineato come l’iniziativa del Ministero ha creato notevole preoccupazione tra gli operatori del settore al punto da aver rallentato sensibilmente l’approvvigionamento delle scorte per la stagione estiva, da parte dei negozi specializzati. Il decreto in oggetto deve essere abrogato poiché , a detta del Consigliere Bernasconi, non se ne ravvedono le ragioni.
L’intervento del Presidente della Confisub, Enzo Ferrari ha portato un contributo su un settore fortemente penalizzato non tanto dal decreto MIPAAF quanto dalle forti restrizioni presenti nella regolamentazione delle Aree Marine Protette (AMP) nelle quali ogni forma di pesca in apnea è bandita.
Se si pensa che tutto l’Arcipelago toscano potrebbe ricadere sotto questa tutela, si intuisce come sia necessario da parte del ministero, trovare delle soluzioni che non discriminino le centinaia di migliaia di praticanti all’interno di un settore di grande importanza per tutta l’industria nazionale grazie ai 400 milioni di euro di fatturato ed oltre il 75% della produzione nazionale, esportata in 90 Paesi nel mondo.
L’intervento di Adriano Benvenuti ha proposto invece la creazione di “riserve di pesca marine” ovvero zone delimitate con boe al cui interno vengano posizionati ostacoli tali da impedire la esca professionale, secondo esperienze già avvenute in varie parti del mondo così come in Emilia Romagna, con risultati considerati fruttuosi.
Da parte di Jean Claude Bel, Presidente dell’EFFTA una serie d considerazioni fortemente critiche sulla ipotesi della licenza di pesca in mare partendo dall’esperienza portoghese che ha visto una contrazione del mercato di oltre 40% .
Ma le vicende della pesca sportiva e le sue regole, influenza direttamente anche l’andamento della nautica da diporto come sottolineato da Roberto Neglia (UCINA) poiché ogni contrazione nella pesca ricreativa impatta direttamente su un mondo che è di punta nell’intero sistema industriale nazionale. Le forti contrazioni nella nautica, con una diminuzione degli ordini di circa il 40% non possono essere accelerate da regole che limitino mediante licenze e permessi restrittivi.
L’intervento del Ministro Saverio Romano ha raccolto la situazione garantendo che verranno messe in atto immediatamente, tutte le azioni volte a modificare e migliorare il decreto esistente partendo da una accelerazione della Proposta di legge “Disciplina della pesca dilettantistica in mare” a firma dei deputati Rossi, Ceroni, Germanà, Mazzuca, Minardo e Pizzolante.
Un commento.
di Roberto Ripamonti
Ho assistito con grande interesse a questo convegno a cui ho partecipato su diretto invito di Gionata Paolicchi poiché FIPO ha pensato evidentemente che 24 anni di articoli ed editoriali ed una serie di iniziative (riviste, associazioni, televisioni, filmati, manifestazioni) di cui il mondo della pesca ha beneficiato ampiamente, non fossero titolo sufficiente per un invito diretto. Dimenticanza che imputo ad una certa superficialità e modesta conoscenza, dell’ambiente della pesca sportiva.
Tra l’altro, proprio sul decreto MIPAAF del ministro Galan ho condotto una puntata di Pesca Mag su Caccia e Pesca (235 e 236 Sky) nella quale ha partecipato il Presidente della FIPSAS e un rappresentante delle Capitanerie di Porto.
Credo esitano due interpretazioni di questo decreto che, ha sancito l’introduzione del censimento obbligatorio per chi pratica la pesca sportiva e queste interpretazioni, possono essere solo funzione delle reali (e non ipotetiche) direzioni verso cui il decreto può portare.
Se ci basiamo su iportesi o preconcetti, davvero non andiamo da nessuna parte.
Mi spiego meglio.
Se, il censimento ha lo scopo di individuare la reale consistenza della pesca ricreativa in termini numerici (numero di praticanti anche occasionali) e definire concretamente un dato che fino ad oggi è stato solo supposto….1 milione, 1.3 milioni, 1,5 milioni…….
Se, una volta individuato il numero, si arriverà a ri-bilanciare il rapporto che oggi vede la pesca professionale disporre di strumenti normativi ed economici, tali da fargli gestire in regime praticamente di monopolio, le risorse del mare…
Se, la pesca ricreativa, in base ai numeri (probabilmente superiori al 1.5 milioni) verrà considerata una attività di interesse economico, sociale ed educativo nonché un baluardo nella difesa dell’ambiente.
Se, come più volte sottolineato dai Rappresentanti delle Capitanerie di Porto, non vi è ALCUN intendimento sanzionatorio e limitante della libertà di pesca.
Allora non si vede per quale ragione assumere un atteggiamento totalmente avverso al decreto al punto, da chiederne l’abrogazione. E’ un tornare indietro e dichiarare di aver perso tempo on base a logiche italiche che non condivido.
D’altra parte, un decreto ed un censimento del genere possono condurre dritti verso una licenza della pesca in mare che potrebbe rappresentare un problema in un paese incapace di gestire in modo moderno, il processo più elementare o garantire, jun equo trattamento tra le varie parti in gioco.
La licenza di pesca in mare ha una sua ragione di essere nel momento in cui il rapporto tra pesca e prelievo professionale e la pesca ricreativa, viene rimesso su un piano di equilibrio in cui non può esistere una parte che sfrutta il mare per fini di lucro e viene addirittura rimborsata se ferma la sua attività (fermo biologico) mentre una contro parte, paga per subire reti a tutte le distanze da riva, limitazioni nell’accesso degli arenili, dei porti, controlli feroci da parte delle varie unità preposte alla navigazione e che sembrano moltiplicarsi ogni settimana (GDF, CC, Capitaneria, Vigili, Polizia, carabinieri etc) .
Una licenza di pesca in mare ha una sua logica nel momento in cui vengono poste in essere misure che tutelino chi dovesse riconvertire l’attività di pesca verso forme più moderne di “pesca turismo” che abbraccino la filosofia del “catch and release” e delle catture selezionate su misure minime degne di un Paese civile (oggi, spigola 22 cm…..?).
Una licenza di pesca in mare ha una sua logica, nel momento in cui sulla pesca professionale viene operato un controllo di fatto che proibisca veramente tutte le forme di cattura per circuizione, strascico e che sia operata lontano dalle linee costiere.
Quindi, una licenza di pesca in mare assume una sua logica nel momento in cui l’intero sistema di fruizione delle risorse del mare vira verso forme più moderne basandosi sul semplice concetto economico che un chilogrammo di pesce morto genera un indotto di 4 euro mentre lo stesso chilogrammo di pesca pescato con tecniche ricreative, genera oltre 33 euro /kg.
Queste sono solo alcune delle condizioni per cui, un provvedimento che, ad oggi, non è nemmeno ipotizzato, venga posto in essere.
Da autore e opinionista di vecchia data non ho potuto fare a meno di sottolineare come questo potente intervento della FIPO avesse come unico riferimento, la situazione nelle acque salate mentre NULLA è emerso sulla tragicità delle acque interne che consente a moltissime aziende del comparto, di vivere. Ci si dimentica totalmente del gigantesco mercato posto in essere dal carpfishing, dalla pesca al colpo, dall’agonismo, dalla mosca e dai mille rivoli dello spinning messi sotto attacco da una gestione delle acque assolutamente criminale, da un rapporto perverso tra pochissimi professionisti retaioli che impedisce di fatto, l’uso di acque pubbliche come i grandi laghi del Centro oppure, le bande di criminali che stanno sistematicamente distruggendo il bacino del PO, i suoi affluenti per poi scendere ad ogni cava.
Forse, una visione più ampia del problema della pesca sportiva ed una più stretta connessione tra chi produce, (FIPO e chi non ne fa parte), chi pesca (FIPSAS ed Associazioni) e chi opera nei media non limiterebbe l’attenzione del Ministro verso una sola area di sofferenza (di evidente sofferenza) e non creerebbe i presupposti per una ulteriore spaccatura di un settore che , se vuole vincere anche la minima sfida, non può fare a meno della totale coesione tra le varie parti in gioco.
Una bella conferenza, da cui ho appreso numeri interessanti, dalla quale ho ricavato la sensazione (vedendo le assenze), che si sia creato una spaccatura su un problema evidentemente non troppo assimilato o visto solo da una ottica di parte.
Una bella conferenza che mi è parsa una ottima occasione persa a favore dell’intero comparto della pesca ricreativa.
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